Ci sarebbero tante cose da dire sui Gorod, ma iniziamo dalla più importante: aver raggiunto i venti anni di onorata carriera all’insegna di un death metal tecnico/progressivo che raggiunge livelli elevatissimi di ingegno. Già da quando si chiamavano Gorgasm, i francesi avevano mostrato di che pasta sono fatti, ma quando hanno assunto questo moniker, hanno solo innalzato l’asticella in tutto.
Già dal secondo Leading Vision si intravedeva la loro netta propensione alla sperimentazione, ben visibile anche negli EP, come Kiss The Freak, in cui ci sono componenti anche più lontane dal loro classico sound. E questa formula si ripete anche nell’ultimo The Ember Gone, un disco in cui i Gorod si allontanano più nettamente dal tech-death puro per abbracciare una dimensione più atmosferica e malinconica, senza però rinunciare alla loro precisione strumentale; creando una tracklist pensata quasi come un percorso unico, in cui i brani dialogano tra loro e alternano esplosioni di tecnica, groove, passaggi ambientali e aperture melodiche.
Signs apre il disco in maniera piuttosto emblematica: una trama sintetica introduce un brano intricato e riconoscibile, ma già meno interessato alla velocità fine a sé stessa; le due chitarre costruiscono continuamente incastri e controcanti, mentre la struttura mantiene una tensione progressiva che fa da ottimo ingresso nel nuovo corso della band. Devise è il pezzo più immediato della prima parte del disco, tecnicissimo ma con più riff memorabili e passaggi più lineari; notevole il basso quando fa da tappeto sonoro, creando un groove che permette al brano di respirare senza sacrificare la complessità. Forgiveness è il primo vero capolavoro dell’album e anche uno dei brani che meglio spiegano la nuova filosofia della band: parte in modo malinconico, quasi sospeso, con chitarre pulite e un’atmosfera meditativa, per poi accumulare progressivamente tensione fino a esplodere in una sezione di tapping e groove devastante; la componente atmosferica non è un semplice intermezzo, ma rende ancora più pesanti i momenti aggressivi. Regret prosegue su questa strada ed è probabilmente il brano più ambizioso del lotto: la tecnica rimane sempre elevata, con un’alternanza tra sezioni ariose, passaggi quasi math/prog e improvvise accelerazioni che danno al pezzo un carattere quasi orientaleggiante. Uno di quei brani che richiede più ascolti per essere compreso completamente, ma che una volta assimilato, diventa memorabile. Crimson è il momento strumentale più atmosferico del disco, con una buona alternanza di fraseggi tecnici, aperture melodiche e un finale dal sapore quasi blues.. Ignite rappresenta invece uno dei momenti più energici: il groove torna in primo piano, le chitarre si lanciano in continui incastri e il brano riesce nell’impresa di essere virtuosistico senza diventare una semplice dimostrazione di tecnica. Ember è un breve intermezzo strumentale che abbassa completamente i toni e prepara il finale: il basso fretless di Benoît Claus e l’atmosfera sospesa lo rendono quasi un momento di decompressione che accompagna a Remains, il quale chiude il disco riportando finalmente in primo piano una componente death metal più pronunciata, con riff pesanti e una maggiore aggressività, prima di lasciare nuovamente spazio alle deviazioni progressive e alle tastiere.
Un album che spiazza, ma non troppo, The Ember Gone mostra un lato dei Gorod che, se da un lato può sorprendere per le soluzioni adottate, dall’altro, invece, spiega perfettamente come siano una band dalle mille abilità. Anzi, lo conferma, perché dopo vari ascolti, la sensazione è quella di avere davanti a sé un album che non è tecnico, aggressivo o veloce tanto per esserlo, ma lo è per costruire un’opera unitaria che va interpretata e vissuta con una full immersion. Ancora una volta, non si sono smentiti.
- Band: GOROD
- Durata: 43:54
- Data di uscita: 28 agosto 2026
- Etichetta: Base Productions
Miglior brano: Forgiveness
Voto
TRACKLIST:
- Signs
- Devise
- Forgiveness
- Regret
- Crimson
- Ignite
- Ember
- Remains
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