
Il black metal è probabilmente il genere estremo che più di ogni altro riesce ad assorbire e reinterpretare immaginari lontanissimi tra loro, spalancando le porte a qualunque forma di evocazione: occultismo, paganesimo, medioevo, esoterismo, simbologia, spiritualità. Ma c’è un altro elemento che continua a riaffiorare nelle sue espressioni più autentiche: il folklore. Non quello da cartolina o da rievocazione turistica, ma quello sporco di terra, superstizione e memoria orale, delle terre che conservano tradizioni secolari. E se si punta una lente d’ingrandimento sull’Italia, una di queste sono i dialetti, sinonimo di identità e cultura.
È stato dunque logico che una parte della scena black metal italiana abbia scelto di integrare, al fianco dell’inglese o dell’italiano, il dialetto della propria terra d’origine. Una scelta che non ha nulla di nostalgico o folkloristico in senso superficiale, diventando uno strumento evocativo capace di rendere ancora più viscerali certe narrazioni legate alla natura, alle leggende locali e agli usi e costumi dimenticati o alle proprie radici.
Il black metal è probabilmente il genere estremo che più di ogni altro riesce ad assorbire e reinterpretare immaginari lontanissimi tra loro, spalancando le porte a qualunque forma di evocazione: occultismo, paganesimo, medioevo, esoterismo, simbologia, spiritualità. Ma c’è un altro elemento che continua a riaffiorare nelle sue espressioni più autentiche: il folklore. Non quello da cartolina o da rievocazione turistica, ma quello sporco di terra, superstizione e memoria orale, delle terre che conservano tradizioni secolari. E se si punta una lente d’ingrandimento sull’Italia, una di queste sono i dialetti, sinonimo di identità e cultura.
È stato dunque logico che una parte della scena black metal italiana abbia scelto di integrare, al fianco dell’inglese o dell’italiano, il dialetto della propria terra d’origine. Una scelta che non ha nulla di nostalgico o folkloristico in senso superficiale, diventando uno strumento evocativo capace di rendere ancora più viscerali certe narrazioni legate alla natura, alle leggende locali e agli usi e costumi dimenticati o alle proprie radici.
Il black metal è probabilmente il genere estremo che più di ogni altro riesce ad assorbire e reinterpretare immaginari lontanissimi tra loro, spalancando le porte a qualunque forma di evocazione: occultismo, paganesimo, medioevo, esoterismo, simbologia, spiritualità. Ma c’è un altro elemento che continua a riaffiorare nelle sue espressioni più autentiche: il folklore. Non quello da cartolina o da rievocazione turistica, ma quello sporco di terra, superstizione e memoria orale, delle terre che conservano tradizioni secolari. E se si punta una lente d’ingrandimento sull’Italia, una di queste sono i dialetti, sinonimo di identità e cultura.
È stato dunque logico che una parte della scena black metal italiana abbia scelto di integrare, al fianco dell’inglese o dell’italiano, il dialetto della propria terra d’origine. Una scelta che non ha nulla di nostalgico o folkloristico in senso superficiale, diventando uno strumento evocativo capace di rendere ancora più viscerali certe narrazioni legate alla natura, alle leggende locali e agli usi e costumi dimenticati o alle proprie radici.
Il black metal è probabilmente il genere estremo che più di ogni altro riesce ad assorbire e reinterpretare immaginari lontanissimi tra loro, spalancando le porte a qualunque forma di evocazione: occultismo, paganesimo, medioevo, esoterismo, simbologia, spiritualità. Ma c’è un altro elemento che continua a riaffiorare nelle sue espressioni più autentiche: il folklore. Non quello da cartolina o da rievocazione turistica, ma quello sporco di terra, superstizione e memoria orale, delle terre che conservano tradizioni secolari. E se si punta una lente d’ingrandimento sull’Italia, una di queste sono i dialetti, sinonimo di identità e cultura.
È stato dunque logico che una parte della scena black metal italiana abbia scelto di integrare, al fianco dell’inglese o dell’italiano, il dialetto della propria terra d’origine. Una scelta che non ha nulla di nostalgico o folkloristico in senso superficiale, diventando uno strumento evocativo capace di rendere ancora più viscerali certe narrazioni legate alla natura, alle leggende locali e agli usi e costumi dimenticati o alle proprie radici.
Il black metal è probabilmente il genere estremo che più di ogni altro riesce ad assorbire e reinterpretare immaginari lontanissimi tra loro, spalancando le porte a qualunque forma di evocazione: occultismo, paganesimo, medioevo, esoterismo, simbologia, spiritualità. Ma c’è un altro elemento che continua a riaffiorare nelle sue espressioni più autentiche: il folklore. Non quello da cartolina o da rievocazione turistica, ma quello sporco di terra, superstizione e memoria orale, delle terre che conservano tradizioni secolari. E se si punta una lente d’ingrandimento sull’Italia, una di queste sono i dialetti, sinonimo di identità e cultura.
È stato dunque logico che una parte della scena black metal italiana abbia scelto di integrare, al fianco dell’inglese o dell’italiano, il dialetto della propria terra d’origine. Una scelta che non ha nulla di nostalgico o folkloristico in senso superficiale, diventando uno strumento evocativo capace di rendere ancora più viscerali certe narrazioni legate alla natura, alle leggende locali e agli usi e costumi dimenticati o alle proprie radici.

Come non nominare il progetto che, più di ogni altro, ha fatto del dialetto la propria identità? Inchiuvatu rappresenta uno dei pilastri non solo della scena estrema siciliana, ma dell’intero panorama italiano. Fondata ad Agrigento nel 1993 da Michele Venezia (aka Agghiastru) la band vanta una discografia composta da cinque full-length, cinque EP e quattro demo, imponendo il dialetto siciliano come vero e proprio trademark di tutte le sue opere. Un tratto evidente anche nei side project di Agghiastru (Astimi, La Caruta di li Dei e Ultima Missa) tutti caratterizzati da una forte impronta linguistica e culturale siciliana. Nessuno di questi, però, ha lasciato un segno profondo quanto la band madre, capace di costruire nel tempo un immaginario unico fatto di occultismo, filosofia e folklore isolano, elementi ancora centrali nell’ultimo lavoro, Crucifissu, pubblicato nell’aprile 2026.
Come non nominare il progetto che, più di ogni altro, ha fatto del dialetto la propria identità? Inchiuvatu rappresenta uno dei pilastri non solo della scena estrema siciliana, ma dell’intero panorama italiano. Fondata ad Agrigento nel 1993 da Michele Venezia (aka Agghiastru) la band vanta una discografia composta da cinque full-length, cinque EP e quattro demo, imponendo il dialetto siciliano come vero e proprio trademark di tutte le sue opere. Un tratto evidente anche nei side project di Agghiastru (Astimi, La Caruta di li Dei e Ultima Missa) tutti caratterizzati da una forte impronta linguistica e culturale siciliana. Nessuno di questi, però, ha lasciato un segno profondo quanto la band madre, capace di costruire nel tempo un immaginario unico fatto di occultismo, filosofia e folklore isolano, elementi ancora centrali nell’ultimo lavoro, Crucifissu, pubblicato nell’aprile 2026.
Come non nominare il progetto che, più di ogni altro, ha fatto del dialetto la propria identità? Inchiuvatu rappresenta uno dei pilastri non solo della scena estrema siciliana, ma dell’intero panorama italiano. Fondata ad Agrigento nel 1993 da Michele Venezia (aka Agghiastru) la band vanta una discografia composta da cinque full-length, cinque EP e quattro demo, imponendo il dialetto siciliano come vero e proprio trademark di tutte le sue opere. Un tratto evidente anche nei side project di Agghiastru (Astimi, La Caruta di li Dei e Ultima Missa) tutti caratterizzati da una forte impronta linguistica e culturale siciliana. Nessuno di questi, però, ha lasciato un segno profondo quanto la band madre, capace di costruire nel tempo un immaginario unico fatto di occultismo, filosofia e folklore isolano, elementi ancora centrali nell’ultimo lavoro, Crucifissu, pubblicato nell’aprile 2026.
Come non nominare il progetto che, più di ogni altro, ha fatto del dialetto la propria identità? Inchiuvatu rappresenta uno dei pilastri non solo della scena estrema siciliana, ma dell’intero panorama italiano. Fondata ad Agrigento nel 1993 da Michele Venezia (aka Agghiastru) la band vanta una discografia composta da cinque full-length, cinque EP e quattro demo, imponendo il dialetto siciliano come vero e proprio trademark di tutte le sue opere. Un tratto evidente anche nei side project di Agghiastru (Astimi, La Caruta di li Dei e Ultima Missa) tutti caratterizzati da una forte impronta linguistica e culturale siciliana. Nessuno di questi, però, ha lasciato un segno profondo quanto la band madre, capace di costruire nel tempo un immaginario unico fatto di occultismo, filosofia e folklore isolano, elementi ancora centrali nell’ultimo lavoro, Crucifissu, pubblicato nell’aprile 2026.
Come non nominare il progetto che, più di ogni altro, ha fatto del dialetto la propria identità? Inchiuvatu rappresenta uno dei pilastri non solo della scena estrema siciliana, ma dell’intero panorama italiano. Fondata ad Agrigento nel 1993 da Michele Venezia (aka Agghiastru) la band vanta una discografia composta da cinque full-length, cinque EP e quattro demo, imponendo il dialetto siciliano come vero e proprio trademark di tutte le sue opere. Un tratto evidente anche nei side project di Agghiastru (Astimi, La Caruta di li Dei e Ultima Missa) tutti caratterizzati da una forte impronta linguistica e culturale siciliana. Nessuno di questi, però, ha lasciato un segno profondo quanto la band madre, capace di costruire nel tempo un immaginario unico fatto di occultismo, filosofia e folklore isolano, elementi ancora centrali nell’ultimo lavoro, Crucifissu, pubblicato nell’aprile 2026.

Restando in provincia di Agrigento, troviamo i Lamentu, progetto fondato nel 1997 da Kaos, già membro degli Inchiuvatu. Pur condividendo le stesse radici culturali, la band ha intrapreso una direzione stilistica differente rispetto al progetto di Agghiastru, sviluppando un black metal contaminato da sonorità tribali africane. Un approccio evidente già in Liack, unico full-length pubblicato finora, il cui concept ruota attorno a Liack-Aru, demone anticristiano appartenente alla tradizione voodoo da cui il disco prende il nome. Allo stesso tempo, però, emerge con forza il legame con la propria terra: tutto viene espresso rigorosamente in dialetto siciliano. Il nome stesso della band ne è un primo indizio, ma è ascoltando la loro discografia, compresi gli EP Tabutu e Jattura, che si coglie pienamente la volontà di mantenere saldo il legame con l’identità culturale e linguistica siciliana.
Restando in provincia di Agrigento, troviamo i Lamentu, progetto fondato nel 1997 da Kaos, già membro degli Inchiuvatu. Pur condividendo le stesse radici culturali, la band ha intrapreso una direzione stilistica differente rispetto al progetto di Agghiastru, sviluppando un black metal contaminato da sonorità tribali africane. Un approccio evidente già in Liack, unico full-length pubblicato finora, il cui concept ruota attorno a Liack-Aru, demone anticristiano appartenente alla tradizione voodoo da cui il disco prende il nome. Allo stesso tempo, però, emerge con forza il legame con la propria terra: tutto viene espresso rigorosamente in dialetto siciliano. Il nome stesso della band ne è un primo indizio, ma è ascoltando la loro discografia, compresi gli EP Tabutu e Jattura, che si coglie pienamente la volontà di mantenere saldo il legame con l’identità culturale e linguistica siciliana.
Restando in provincia di Agrigento, troviamo i Lamentu, progetto fondato nel 1997 da Kaos, già membro degli Inchiuvatu. Pur condividendo le stesse radici culturali, la band ha intrapreso una direzione stilistica differente rispetto al progetto di Agghiastru, sviluppando un black metal contaminato da sonorità tribali africane. Un approccio evidente già in Liack, unico full-length pubblicato finora, il cui concept ruota attorno a Liack-Aru, demone anticristiano appartenente alla tradizione voodoo da cui il disco prende il nome. Allo stesso tempo, però, emerge con forza il legame con la propria terra: tutto viene espresso rigorosamente in dialetto siciliano. Il nome stesso della band ne è un primo indizio, ma è ascoltando la loro discografia, compresi gli EP Tabutu e Jattura, che si coglie pienamente la volontà di mantenere saldo il legame con l’identità culturale e linguistica siciliana.
Restando in provincia di Agrigento, troviamo i Lamentu, progetto fondato nel 1997 da Kaos, già membro degli Inchiuvatu. Pur condividendo le stesse radici culturali, la band ha intrapreso una direzione stilistica differente rispetto al progetto di Agghiastru, sviluppando un black metal contaminato da sonorità tribali africane. Un approccio evidente già in Liack, unico full-length pubblicato finora, il cui concept ruota attorno a Liack-Aru, demone anticristiano appartenente alla tradizione voodoo da cui il disco prende il nome. Allo stesso tempo, però, emerge con forza il legame con la propria terra: tutto viene espresso rigorosamente in dialetto siciliano. Il nome stesso della band ne è un primo indizio, ma è ascoltando la loro discografia, compresi gli EP Tabutu e Jattura, che si coglie pienamente la volontà di mantenere saldo il legame con l’identità culturale e linguistica siciliana.
Restando in provincia di Agrigento, troviamo i Lamentu, progetto fondato nel 1997 da Kaos, già membro degli Inchiuvatu. Pur condividendo le stesse radici culturali, la band ha intrapreso una direzione stilistica differente rispetto al progetto di Agghiastru, sviluppando un black metal contaminato da sonorità tribali africane. Un approccio evidente già in Liack, unico full-length pubblicato finora, il cui concept ruota attorno a Liack-Aru, demone anticristiano appartenente alla tradizione voodoo da cui il disco prende il nome. Allo stesso tempo, però, emerge con forza il legame con la propria terra: tutto viene espresso rigorosamente in dialetto siciliano. Il nome stesso della band ne è un primo indizio, ma è ascoltando la loro discografia, compresi gli EP Tabutu e Jattura, che si coglie pienamente la volontà di mantenere saldo il legame con l’identità culturale e linguistica siciliana.

Dalla Sicilia, passiamo alla Sardegna, regione che conserva da sempre una forte identità dovuta non solo alla posizione geografica, ma anche alle tradizioni locali portate avanti da secoli, compreso il dialetto che, a tutti gli effetti, è considerato una lingua. E chi, meglio dei Kre^u, è più adatto a rappresentare tutto ciò in ambito estremo? La band, fondata in provincia di Nuoro nel 2020, ha saputo raccontare la memoria storica e culturale della Sardegna, in particolare della Barbagia, unendo il black metal alla lingua sarda antica, ai cori “a tenore” e alle liriche piene di riferimenti storici ai banditi e ribelli sardi dell’epoca sabauda. Questo è ciò che emerge nel loro omonimo full-length, uscito nel 2023, che rappresenta un chiarissimo esempio di album black usato per esprimere identità regionale e folklore locale.
Dalla Sicilia, passiamo alla Sardegna, regione che conserva da sempre una forte identità dovuta non solo alla posizione geografica, ma anche alle tradizioni locali portate avanti da secoli, compreso il dialetto che, a tutti gli effetti, è considerato una lingua. E chi, meglio dei Kre^u, è più adatto a rappresentare tutto ciò in ambito estremo? La band, fondata in provincia di Nuoro nel 2020, ha saputo raccontare la memoria storica e culturale della Sardegna, in particolare della Barbagia, unendo il black metal alla lingua sarda antica, ai cori “a tenore” e alle liriche piene di riferimenti storici ai banditi e ribelli sardi dell’epoca sabauda. Questo è ciò che emerge nel loro omonimo full-length, uscito nel 2023, che rappresenta un chiarissimo esempio di album black usato per esprimere identità regionale e folklore locale.
Dalla Sicilia, passiamo alla Sardegna, regione che conserva da sempre una forte identità dovuta non solo alla posizione geografica, ma anche alle tradizioni locali portate avanti da secoli, compreso il dialetto che, a tutti gli effetti, è considerato una lingua. E chi, meglio dei Kre^u, è più adatto a rappresentare tutto ciò in ambito estremo? La band, fondata in provincia di Nuoro nel 2020, ha saputo raccontare la memoria storica e culturale della Sardegna, in particolare della Barbagia, unendo il black metal alla lingua sarda antica, ai cori “a tenore” e alle liriche piene di riferimenti storici ai banditi e ribelli sardi dell’epoca sabauda. Questo è ciò che emerge nel loro omonimo full-length, uscito nel 2023, che rappresenta un chiarissimo esempio di album black usato per esprimere identità regionale e folklore locale.
Dalla Sicilia, passiamo alla Sardegna, regione che conserva da sempre una forte identità dovuta non solo alla posizione geografica, ma anche alle tradizioni locali portate avanti da secoli, compreso il dialetto che, a tutti gli effetti, è considerato una lingua. E chi, meglio dei Kre^u, è più adatto a rappresentare tutto ciò in ambito estremo? La band, fondata in provincia di Nuoro nel 2020, ha saputo raccontare la memoria storica e culturale della Sardegna, in particolare della Barbagia, unendo il black metal alla lingua sarda antica, ai cori “a tenore” e alle liriche piene di riferimenti storici ai banditi e ribelli sardi dell’epoca sabauda. Questo è ciò che emerge nel loro omonimo full-length, uscito nel 2023, che rappresenta un chiarissimo esempio di album black usato per esprimere identità regionale e folklore locale.
Dalla Sicilia, passiamo alla Sardegna, regione che conserva da sempre una forte identità dovuta non solo alla posizione geografica, ma anche alle tradizioni locali portate avanti da secoli, compreso il dialetto che, a tutti gli effetti, è considerato una lingua. E chi, meglio dei Kre^u, è più adatto a rappresentare tutto ciò in ambito estremo? La band, fondata in provincia di Nuoro nel 2020, ha saputo raccontare la memoria storica e culturale della Sardegna, in particolare della Barbagia, unendo il black metal alla lingua sarda antica, ai cori “a tenore” e alle liriche piene di riferimenti storici ai banditi e ribelli sardi dell’epoca sabauda. Questo è ciò che emerge nel loro omonimo full-length, uscito nel 2023, che rappresenta un chiarissimo esempio di album black usato per esprimere identità regionale e folklore locale.

Trasferiamoci ora nell’Italia continentale, precisamente in Campania, dove troviamo un altro esempio di forte identità culturale. Scuorn (in napoletano “vergogna”) è il progetto solista di Giulian, musicista che ha scelto, similmente ai colleghi, di rendersi distinguibile grazie al dialetto napoletano che ha formato il suo profilo a 360 gradi. Egli stesso, infatti, definisce il proprio stile “Parthenopean Epic Black Metal”, mescolando elementi del black metal epico/sinfonico con melodie della canzone napoletana e strumenti folk tradizionali. Tutto ciò è visibile nel suo ultimo album Parthenope (2017), le cui liriche sono espresse totalmente in dialetto per conferirgli un ulteriore tratto distintivo, in linea con il suo background culturale.
Trasferiamoci ora nell’Italia continentale, precisamente in Campania, dove troviamo un altro esempio di forte identità culturale. Scuorn (in napoletano “vergogna”) è il progetto solista di Giulian, musicista che ha scelto, similmente ai colleghi, di rendersi distinguibile grazie al dialetto napoletano che ha formato il suo profilo a 360 gradi. Egli stesso, infatti, definisce il proprio stile “Parthenopean Epic Black Metal”, mescolando elementi del black metal epico/sinfonico con melodie della canzone napoletana e strumenti folk tradizionali. Tutto ciò è visibile nel suo ultimo album Parthenope (2017), le cui liriche sono espresse totalmente in dialetto per conferirgli un ulteriore tratto distintivo, in linea con il suo background culturale.
Trasferiamoci ora nell’Italia continentale, precisamente in Campania, dove troviamo un altro esempio di forte identità culturale. Scuorn (in napoletano “vergogna”) è il progetto solista di Giulian, musicista che ha scelto, similmente ai colleghi, di rendersi distinguibile grazie al dialetto napoletano che ha formato il suo profilo a 360 gradi. Egli stesso, infatti, definisce il proprio stile “Parthenopean Epic Black Metal”, mescolando elementi del black metal epico/sinfonico con melodie della canzone napoletana e strumenti folk tradizionali. Tutto ciò è visibile nel suo ultimo album Parthenope (2017), le cui liriche sono espresse totalmente in dialetto per conferirgli un ulteriore tratto distintivo, in linea con il suo background culturale.
Trasferiamoci ora nell’Italia continentale, precisamente in Campania, dove troviamo un altro esempio di forte identità culturale. Scuorn (in napoletano “vergogna”) è il progetto solista di Giulian, musicista che ha scelto, similmente ai colleghi, di rendersi distinguibile grazie al dialetto napoletano che ha formato il suo profilo a 360 gradi. Egli stesso, infatti, definisce il proprio stile “Parthenopean Epic Black Metal”, mescolando elementi del black metal epico/sinfonico con melodie della canzone napoletana e strumenti folk tradizionali. Tutto ciò è visibile nel suo ultimo album Parthenope (2017), le cui liriche sono espresse totalmente in dialetto per conferirgli un ulteriore tratto distintivo, in linea con il suo background culturale.
Trasferiamoci ora nell’Italia continentale, precisamente in Campania, dove troviamo un altro esempio di forte identità culturale. Scuorn (in napoletano “vergogna”) è il progetto solista di Giulian, musicista che ha scelto, similmente ai colleghi, di rendersi distinguibile grazie al dialetto napoletano che ha formato il suo profilo a 360 gradi. Egli stesso, infatti, definisce il proprio stile “Parthenopean Epic Black Metal”, mescolando elementi del black metal epico/sinfonico con melodie della canzone napoletana e strumenti folk tradizionali. Tutto ciò è visibile nel suo ultimo album Parthenope (2017), le cui liriche sono espresse totalmente in dialetto per conferirgli un ulteriore tratto distintivo, in linea con il suo background culturale.

Focalizzandoci sul Friuli Venezia-Giulia, troviamo gli Unviâr (in friulano “inverno”) altra band che tiene alta la propria identità legata alla terra di provenienza. In attività dal 2023, i musicisti hanno dato alla luce un EP (Faliscjis) e un full-length (Disglaç), intrisi di atmospheric black metal dai suoni freddi, malinconici e molto atmosferici, spesso costruiti per evocare paesaggi alpini e isolati, tipici delle lande friulane. I testi, rigorosamente in dialetto, descrivono temi come la vita nelle montagne, inverno e isolamento, folklore locale, superstizioni e memoria popolare, dai quali emergono malinconia, spiritualità e, soprattutto, senso di appartenenza.
Focalizzandoci sul Friuli Venezia-Giulia, troviamo gli Unviâr (in friulano “inverno”) altra band che tiene alta la propria identità legata alla terra di provenienza. In attività dal 2023, i musicisti hanno dato alla luce un EP (Faliscjis) e un full-length (Disglaç), intrisi di atmospheric black metal dai suoni freddi, malinconici e molto atmosferici, spesso costruiti per evocare paesaggi alpini e isolati, tipici delle lande friulane. I testi, rigorosamente in dialetto, descrivono temi come la vita nelle montagne, inverno e isolamento, folklore locale, superstizioni e memoria popolare, dai quali emergono malinconia, spiritualità e, soprattutto, senso di appartenenza.
Focalizzandoci sul Friuli-Venezia Giulia, troviamo gli Unviâr (in friulano “inverno”) altra band che tiene alta la propria identità legata alla terra di provenienza. In attività dal 2023, i musicisti hanno dato alla luce un EP (Faliscjis) e un full-length (Disglaç), intrisi di atmospheric black metal dai suoni freddi, malinconici e molto atmosferici, spesso costruiti per evocare paesaggi alpini e isolati, tipici delle lande friulane. I testi, rigorosamente in dialetto, descrivono temi come la vita nelle montagne, inverno e isolamento, folklore locale, superstizioni e memoria popolare, dai quali emergono malinconia, spiritualità e, soprattutto, senso di appartenenza.
Focalizzandoci sul Friuli-Venezia Giulia, troviamo gli Unviâr (in friulano “inverno”) altra band che tiene alta la propria identità legata alla terra di provenienza. In attività dal 2023, i musicisti hanno dato alla luce un EP (Faliscjis) e un full-length (Disglaç), intrisi di atmospheric black metal dai suoni freddi, malinconici e molto atmosferici, spesso costruiti per evocare paesaggi alpini e isolati, tipici delle lande friulane. I testi, rigorosamente in dialetto, descrivono temi come la vita nelle montagne, inverno e isolamento, folklore locale, superstizioni e memoria popolare, dai quali emergono malinconia, spiritualità e, soprattutto, senso di appartenenza.
Focalizzandoci sul Friuli-Venezia Giulia, troviamo gli Unviâr (in friulano “inverno”) altra band che tiene alta la propria identità legata alla terra di provenienza. In attività dal 2023, i musicisti hanno dato alla luce un EP (Faliscjis) e un full-length (Disglaç), intrisi di atmospheric black metal dai suoni freddi, malinconici e molto atmosferici, spesso costruiti per evocare paesaggi alpini e isolati, tipici delle lande friulane. I testi, rigorosamente in dialetto, descrivono temi come la vita nelle montagne, inverno e isolamento, folklore locale, superstizioni e memoria popolare, dai quali emergono malinconia, spiritualità e, soprattutto, senso di appartenenza.

Con i Ticinum è facile comprendere di che regione e di che città stiamo parlando. Il loro nome, infatti, è quello latino dell’attuale Pavia, di cui i musicisti sono ottimi rappresentanti non solo come musicisti, ma anche come cittadini. Nei loro testi e nell’estetica c’è molta attenzione alla ricostruzione storica: evocano città antiche, popoli italici, regni barbarici e atmosfere cupe legate alla Pianura Padana e al Medioevo lombardo, esprimendo il tutto in un black metal epico e cantato, ovviamente, in dialetto. L’album di debutto A’ la porta di cént tùr (2023) presenta tutte queste caratteristiche, ponendosi come strumento di rievocazione storica e identitaria.
Con i Ticinum è facile comprendere di che regione e di che città stiamo parlando. Il loro nome, infatti, è quello latino dell’attuale Pavia, di cui i musicisti sono ottimi rappresentanti non solo come musicisti, ma anche come cittadini. Nei loro testi e nell’estetica c’è molta attenzione alla ricostruzione storica: evocano città antiche, popoli italici, regni barbarici e atmosfere cupe legate alla Pianura Padana e al Medioevo lombardo, esprimendo il tutto in un black metal epico e cantato, ovviamente, in dialetto. L’album di debutto A’ la porta di cént tùr (2023) presenta tutte queste caratteristiche, ponendosi come strumento di rievocazione storica e identitaria.
Con i Ticinum è facile comprendere di che regione e di che città stiamo parlando. Il loro nome, infatti, è quello latino dell’attuale Pavia, di cui i musicisti sono ottimi rappresentanti non solo come musicisti, ma anche come cittadini. Nei loro testi e nell’estetica c’è molta attenzione alla ricostruzione storica: evocano città antiche, popoli italici, regni barbarici e atmosfere cupe legate alla Pianura Padana e al Medioevo lombardo, esprimendo il tutto in un black metal epico e cantato, ovviamente, in dialetto. L’album di debutto A’ la porta di cént tùr (2023) presenta tutte queste caratteristiche, ponendosi come strumento di rievocazione storica e identitaria.
Con i Ticinum è facile comprendere di che regione e di che città stiamo parlando. Il loro nome, infatti, è quello latino dell’attuale Pavia, di cui i musicisti sono ottimi rappresentanti non solo come musicisti, ma anche come cittadini. Nei loro testi e nell’estetica c’è molta attenzione alla ricostruzione storica: evocano città antiche, popoli italici, regni barbarici e atmosfere cupe legate alla Pianura Padana e al Medioevo lombardo, esprimendo il tutto in un black metal epico e cantato, ovviamente, in dialetto. L’album di debutto A’ la porta di cént tùr (2023) presenta tutte queste caratteristiche, ponendosi come strumento di rievocazione storica e identitaria.
Con i Ticinum è facile comprendere di che regione e di che città stiamo parlando. Il loro nome, infatti, è quello latino dell’attuale Pavia, di cui i musicisti sono ottimi rappresentanti non solo come musicisti, ma anche come cittadini. Nei loro testi e nell’estetica c’è molta attenzione alla ricostruzione storica: evocano città antiche, popoli italici, regni barbarici e atmosfere cupe legate alla Pianura Padana e al Medioevo lombardo, esprimendo il tutto in un black metal epico e cantato, ovviamente, in dialetto. L’album di debutto A’ la porta di cént tùr (2023) presenta tutte queste caratteristiche, ponendosi come strumento di rievocazione storica e identitaria.

Con gli Imago Mortis, il discorso cambia leggermente. Con all’attivo quattro album in studio, i bergamaschi raccontano soprattutto temi legati alla morte, all’occultismo, alla spiritualità e alla dimensione decadente dell’esistenza, con un approccio molto più vicino al black metal tradizionale e ad un immaginario esoterico più ampio rispetto alle band citate finora. Tuttavia, anche Abibial e soci utilizzano il dialetto bergamasco nei loro brani, specialmente in quelli tratti da Ars Obscura (2009) e dall’EP Sgabula (2012) che viene usato più come strumento evocativo rituale, senza però disdegnare quel senso di appartenenza che li collega alle superstizioni, al folklore e alla spiritualità arcaica del loro territorio.
Con gli Imago Mortis, il discorso cambia leggermente. Con all’attivo quattro album in studio, i bergamaschi raccontano soprattutto temi legati alla morte, all’occultismo, alla spiritualità e alla dimensione decadente dell’esistenza, con un approccio molto più vicino al black metal tradizionale e ad un immaginario esoterico più ampio rispetto alle band citate finora. Tuttavia, anche Abibial e soci utilizzano il dialetto bergamasco nei loro brani, specialmente in quelli tratti da Ars Obscura (2009) e dall’EP Sgabula (2012) che viene usato più come strumento evocativo rituale, senza però disdegnare quel senso di appartenenza che li collega alle superstizioni, al folklore e alla spiritualità arcaica del loro territorio.
Con gli Imago Mortis, il discorso cambia leggermente. Con all’attivo quattro album in studio, i bergamaschi raccontano soprattutto temi legati alla morte, all’occultismo, alla spiritualità e alla dimensione decadente dell’esistenza, con un approccio molto più vicino al black metal tradizionale e ad un immaginario esoterico più ampio rispetto alle band citate finora. Tuttavia, anche Abibial e soci utilizzano il dialetto bergamasco nei loro brani, specialmente in quelli tratti da Ars Obscura (2009) e dall’EP Sgabula (2012) che viene usato più come strumento evocativo rituale, senza però disdegnare quel senso di appartenenza che li collega alle superstizioni, al folklore e alla spiritualità arcaica del loro territorio.
Con gli Imago Mortis, il discorso cambia leggermente. Con all’attivo quattro album in studio, i bergamaschi raccontano soprattutto temi legati alla morte, all’occultismo, alla spiritualità e alla dimensione decadente dell’esistenza, con un approccio molto più vicino al black metal tradizionale e ad un immaginario esoterico più ampio rispetto alle band citate finora. Tuttavia, anche Abibial e soci utilizzano il dialetto bergamasco nei loro brani, specialmente in quelli tratti da Ars Obscura (2009) e dall’EP Sgabula (2012) che viene usato più come strumento evocativo rituale, senza però disdegnare quel senso di appartenenza che li collega alle superstizioni, al folklore e alla spiritualità arcaica del loro territorio.
Con gli Imago Mortis, il discorso cambia leggermente. Con all’attivo quattro album in studio, i bergamaschi raccontano soprattutto temi legati alla morte, all’occultismo, alla spiritualità e alla dimensione decadente dell’esistenza, con un approccio molto più vicino al black metal tradizionale e ad un immaginario esoterico più ampio rispetto alle band citate finora. Tuttavia, anche Abibial e soci utilizzano il dialetto bergamasco nei loro brani, specialmente in quelli tratti da Ars Obscura (2009) e dall’EP Sgabula (2012) che viene usato più come strumento evocativo rituale, senza però disdegnare quel senso di appartenenza che li collega alle superstizioni, al folklore e alla spiritualità arcaica del loro territorio.

Dalla Lombardia, scendiamo leggermente verso l’Emilia-Romagna, dove si distingue un’altra band dai tratti pienamente folkloristici. L’Occ dàl Corùv (in emiliano “l’occhio del corvo”) sono un duo modenese attivo dal 2004 dedito ad un atmospheric black metal a tinte raw con una massiccia impronta di folk e rituale. L’album di debutto Deorum Manium Iura Sancta Sunto (2015) riesce ad esprimere al meglio il loro concept soprattutto grazie all’uso del dialetto che, anche nel loro caso, costituisce la loro identità.
Dalla Lombardia, scendiamo leggermente verso l’Emilia-Romagna, dove si distingue un’altra band dai tratti pienamente folkloristici. L’Occ dàl Corùv (in emiliano “l’occhio del corvo”) sono un duo modenese attivo dal 2004 dedito ad un atmospheric black metal a tinte raw con una massiccia impronta di folk e rituale. L’album di debutto Deorum Manium Iura Sancta Sunto (2015) riesce ad esprimere al meglio il loro concept soprattutto grazie all’uso del dialetto che, anche nel loro caso, costituisce la loro identità.
Dalla Lombardia, scendiamo leggermente verso l’Emilia-Romagna, dove si distingue un’altra band dai tratti pienamente folkloristici. L’Occ dàl Corùv (in emiliano “l’occhio del corvo”) sono un duo modenese attivo dal 2004 dedito ad un atmospheric black metal a tinte raw con una massiccia impronta di folk e rituale. L’album di debutto Deorum Manium Iura Sancta Sunto (2015) riesce ad esprimere al meglio il loro concept soprattutto grazie all’uso del dialetto che, anche nel loro caso, costituisce la loro identità.
Dalla Lombardia, scendiamo leggermente verso l’Emilia-Romagna, dove si distingue un’altra band dai tratti pienamente folkloristici. L’Occ dàl Corùv (in emiliano “l’occhio del corvo”) sono un duo modenese attivo dal 2004 dedito ad un atmospheric black metal a tinte raw con una massiccia impronta di folk e rituale. L’album di debutto Deorum Manium Iura Sancta Sunto (2015) riesce ad esprimere al meglio il loro concept soprattutto grazie all’uso del dialetto che, anche nel loro caso, costituisce la loro identità.
Dalla Lombardia, scendiamo leggermente verso l’Emilia-Romagna, dove si distingue un’altra band dai tratti pienamente folkloristici. L’Occ dàl Corùv (in emiliano “l’occhio del corvo”) sono un duo modenese attivo dal 2004 dedito ad un atmospheric black metal a tinte raw con una massiccia impronta di folk e rituale. L’album di debutto Deorum Manium Iura Sancta Sunto (2015) riesce ad esprimere al meglio il loro concept soprattutto grazie all’uso del dialetto che, anche nel loro caso, costituisce la loro identità.

I Malnàtt sono un altro gruppo emiliano che unisce black metal melodico e influenze folk, con una forte identità legata a Bologna e al suo immaginario popolare. Nei loro brani utilizzano spesso il dialetto bolognese e raccontano storie ispirate alla vita quotidiana, alla cultura urbana e alle tradizioni dell’Emilia, mescolando ironia, malinconia e senso di appartenenza territoriale. Dopo i primi tre album, i bolognesi hanno iniziato a cantare in italiano standard, ma la loro musica è rimasta sempre la stessa, alternando atmosfere più cupe e melodiche a momenti più narrativi e “popolari”, distinguendosi per un approccio meno mitologico e più legato alla dimensione umana e locale.
I Malnàtt sono un altro gruppo emiliano che unisce black metal melodico e influenze folk, con una forte identità legata a Bologna e al suo immaginario popolare. Nei loro brani utilizzano spesso il dialetto bolognese e raccontano storie ispirate alla vita quotidiana, alla cultura urbana e alle tradizioni dell’Emilia, mescolando ironia, malinconia e senso di appartenenza territoriale. Dopo i primi tre album, i bolognesi hanno iniziato a cantare in italiano standard, ma la loro musica è rimasta sempre la stessa, alternando atmosfere più cupe e melodiche a momenti più narrativi e “popolari”, distinguendosi per un approccio meno mitologico e più legato alla dimensione umana e locale.
I Malnàtt sono un altro gruppo emiliano che unisce black metal melodico e influenze folk, con una forte identità legata a Bologna e al suo immaginario popolare. Nei loro brani utilizzano spesso il dialetto bolognese e raccontano storie ispirate alla vita quotidiana, alla cultura urbana e alle tradizioni dell’Emilia, mescolando ironia, malinconia e senso di appartenenza territoriale. Dopo i primi tre album, i bolognesi hanno iniziato a cantare in italiano standard, ma la loro musica è rimasta sempre la stessa, alternando atmosfere più cupe e melodiche a momenti più narrativi e “popolari”, distinguendosi per un approccio meno mitologico e più legato alla dimensione umana e locale.
I Malnàtt sono un altro gruppo emiliano che unisce black metal melodico e influenze folk, con una forte identità legata a Bologna e al suo immaginario popolare. Nei loro brani utilizzano spesso il dialetto bolognese e raccontano storie ispirate alla vita quotidiana, alla cultura urbana e alle tradizioni dell’Emilia, mescolando ironia, malinconia e senso di appartenenza territoriale. Dopo i primi tre album, i bolognesi hanno iniziato a cantare in italiano standard, ma la loro musica è rimasta sempre la stessa, alternando atmosfere più cupe e melodiche a momenti più narrativi e “popolari”, distinguendosi per un approccio meno mitologico e più legato alla dimensione umana e locale.
I Malnàtt sono un altro gruppo emiliano che unisce black metal melodico e influenze folk, con una forte identità legata a Bologna e al suo immaginario popolare. Nei loro brani utilizzano spesso il dialetto bolognese e raccontano storie ispirate alla vita quotidiana, alla cultura urbana e alle tradizioni dell’Emilia, mescolando ironia, malinconia e senso di appartenenza territoriale. Dopo i primi tre album, i bolognesi hanno iniziato a cantare in italiano standard, ma la loro musica è rimasta sempre la stessa, alternando atmosfere più cupe e melodiche a momenti più narrativi e “popolari”, distinguendosi per un approccio meno mitologico e più legato alla dimensione umana e locale.

Rimanendo sempre al nord, questa volta in Piemonte, troviamo i Vrim, band atmospheric black caratterizzata da un approccio piuttosto oscuro e introspettivo. Il loro immaginario si muove tra temi esistenziali, natura e dimensioni interiori, con un’estetica sonora che punta molto sull’atmosfera e sull’intensità emotiva mescolata all’identità territoriale esplicita. I testi dell’album Diciarassion ed guera e grinfor (2022) sono tutti scritti nell'antica lingua piemontese, raccontando la storia e le leggende della regione subalpina.
Rimanendo sempre al nord, questa volta in Piemonte, troviamo i Vrim, band atmospheric black caratterizzata da un approccio piuttosto oscuro e introspettivo. Il loro immaginario si muove tra temi esistenziali, natura e dimensioni interiori, con un’estetica sonora che punta molto sull’atmosfera e sull’intensità emotiva mescolata all’identità territoriale esplicita. I testi dell’album Diciarassion ed guera e grinfor (2022) sono tutti scritti nell'antica lingua piemontese, raccontando la storia e le leggende della regione subalpina.
Rimanendo sempre al nord, questa volta in Piemonte, troviamo i Vrim, band atmospheric black caratterizzata da un approccio piuttosto oscuro e introspettivo. Il loro immaginario si muove tra temi esistenziali, natura e dimensioni interiori, con un’estetica sonora che punta molto sull’atmosfera e sull’intensità emotiva mescolata all’identità territoriale esplicita. I testi dell’album Diciarassion ed guera e grinfor (2022) sono tutti scritti nell'antica lingua piemontese, raccontando la storia e le leggende della regione subalpina.
Rimanendo sempre al nord, questa volta in Piemonte, troviamo i Vrim, band atmospheric black caratterizzata da un approccio piuttosto oscuro e introspettivo. Il loro immaginario si muove tra temi esistenziali, natura e dimensioni interiori, con un’estetica sonora che punta molto sull’atmosfera e sull’intensità emotiva mescolata all’identità territoriale esplicita. I testi dell’album Diciarassion ed guera e grinfor (2022) sono tutti scritti nell'antica lingua piemontese, raccontando la storia e le leggende della regione subalpina.
Rimanendo sempre al nord, questa volta in Piemonte, troviamo i Vrim, band atmospheric black caratterizzata da un approccio piuttosto oscuro e introspettivo. Il loro immaginario si muove tra temi esistenziali, natura e dimensioni interiori, con un’estetica sonora che punta molto sull’atmosfera e sull’intensità emotiva mescolata all’identità territoriale esplicita. I testi dell’album Diciarassion ed guera e grinfor (2022) sono tutti scritti nell'antica lingua piemontese, raccontando la storia e le leggende della regione subalpina.
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