La band torna sulle scene dopo cinque anni con un album più maturo sotto ogni punto di vista
I Wolves In The Throne Room sono tornati, e lo hanno fatto in bello stile. Sì, perché già dal tempo che ci hanno impiegato, più lungo del solito, lo si dovrebbe capire. Ma andiamo con ordine.
I fratelli Aaron e Nathan Weaver sono i pionieri del Cascadian black metal, la corrente del black metal americano che ha sviluppato una sua identità grazie al suo sound più melodico, atmosferico e ritualistico, con tanto di liriche dal concept legato alla natura e al suo ruolo di madre assoluta della civiltà, con tutte le radici attraverso cui l’uomo è legato visceralmente.
I precedenti capitoli, quali Primordial Arcana (2021), Thrice Woven (2017), ma soprattutto i primi come Diadem of 12 Stars (2006) e Two Hunters (2007) presentano queste tutte queste caratteristiche, ma con il nuovo Estuary, la band si spinge verso sonorità più elaborate, conservando l’identità del cascadian black ma aggiungendo suggestioni industriali, atmosfere gotiche e passaggi vocali più vari e ritualistici.
La title-track apre l’album con riff di chitarra avvolgenti e un crescendo che alterna solennità e ferocia, facendo immergere l’ascoltatore in un paesaggio desolato e selvaggio; la conclusione, più rarefatta e inquietante, lascia una sensazione di mistero che funziona perfettamente come introduzione al concept. Con Knights of Tiamat l’album entra nel vivo grazie a blast beat travolgenti, riff taglienti, inserti ambientali e cori dal sapore quasi cerimoniale, unendo brutalità e melodia senza perdere il senso di grandiosità epica. Foretold in Reflections rappresenta invece il lato più ipnotico e contemplativo del disco: quasi dieci minuti in cui le chitarre tessono trame oscure e le percussioni avanzano come un rituale ancestrale. Un pezzo forse un po’ lungo, ma affascinante per profondità e atmosfericità. The Orca Cliffs è invece più cinematografica, evocando uno scenario fatto da scogliere battute dal vento, oceani sconfinati e foreste con riff in tremolo, tastiere evocative e improvvise aperture melodiche. Ghosts Among the Obelisks è l’episodio più completo, unendo la malinconia a un andamento marziale e a improvvise esplosioni di violenza; i rallentamenti contribuiscono a rendere il brano monumentale, mentre il finale, con le linee melodiche che si intrecciano progressivamente, regala un autentico senso di trascendenza. Infine Wretched Spirits, Land of Light chiude il disco con un’atmosfera cupa e solenne, alternando riff abrasivi, ritmiche incalzanti e aperture melodiche che sembrano suggerire una possibile rinascita dopo la distruzione.
Con Estuary, i Wolves in the Throne Room portano a termine un compito che sembra semplice, ma in realtà è l’esatto contrario: rinnovare il proprio linguaggio senza rinnegare le radici atmospheric black. Lo si comprende dalla maggiore presenza di elementi industrial e gothic, ma la cura per le melodie rimane sempre la stessa, a riprova del fatto che la band di Olympia rimane salda alla propria identità. Magari, qualche passaggio in più poteva essere sintetizzato per evitare ridondanze, ma ciò non toglie la certezza che Estuary sia uno dei capitoli più interessanti della loro discografia recente.
- Band: WOLVES IN THE THRONE ROOM
- Durata: 48:25
- Data di uscita: 23 ottobre 2026
- Etichetta: Relapse Records
Miglior brano: Ghosts Among the Obelisks
Voto
TRACKLIST:
- Estuary
- Knights of Tiamat
- Foretold in Reflections
- The Orca Cliffs
- Ghosts Among the Obelisks
- Wretched Spirits, Land of the Light
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