Extreme is the way

Cronos: dall’uomo all’icona dell’inferno

Le origini e i primi passi nella musica

Ci sono personalità che si distinguono per diversi motivi: per un carattere fuori dalle righe, per aver compiuto imprese fuori dal comune, ed anche per aver inventato un genere, un immaginario, una dimensione che poi, dalla storia, non si sarebbero più cancellati. Conrad Lant apparteneva proprio a queste categorie: una personalità unica, anticonvenzionale, eccentrica, che proprio dal suo modo di essere (e di vivere) ha dato vita ad un qualcosa che, nel tempo, è diventato immortale.

Nato a Londra il 15 gennaio 1963, Lant si trasferì con la famiglia a Newcastle upon Tyne quando aveva 7 anni. Una città lontana dalla frenesia londinese, profondamente legata alle costruzioni navali e all’industria mineraria che, proprio in quegli anni, entravano in una fase di profonda crisi. Il contesto nel quale Conrad cresceva, dunque, era quello di una città operaia, segnata dalle trasformazioni economiche e sociali che il Regno Unito stava subendo.

Anche a scuola, Lant mostrava già un carattere poco incline alle regole. Da adolescente, frequentava la Ralph Gardner High School di North Shields, istituto che ricordava come piuttosto duro, dove tra le attività sportive degli studenti c’era persino il pugilato. In quell’ambiente imparò presto a sviluppare il proprio carattere e, intanto, aveva già trovato qualcosa in cui scaricare tutta questa tensione: la musica.

I resti della Ralph Gardner High School (oggi chiusa) a North Shields. North East War Memorial Project

In quel periodo, Lant aveva iniziato a sviluppare i propri gusti musicali: Elvis Presley, David Bowie, T. Rex e soprattutto gli Status Quo, per i quali ebbe una vera e propria ossessione, tanto che, quando aveva undici anni, assistette a tutte e sei le loro esibizioni al Newcastle City Hall che fecero in quel periodo. Poi arrivarono Led Zeppelin, Deep Purple e Black Sabbath, band che lo avrebbero avvicinato a un suono più pesante e che, step by step, iniziarono a portarlo verso la sua vera svolta in termini di gusti e approccio.

A quattordici anni, infatti, si avvicinò al punk e, con esso, anche ad una nuova possibilità. Non tanto per la politica, quanto per l’attitudine: il rumore, la provocazione, il rifiuto delle convenzioni e quella sensazione liberatoria di poter salire su un palco senza dover dimostrare di essere qualcun altro.

Lasciata la scuola, però, la strada non era già in discesa. Lant, infatti, fu costretto a rivolgersi all’ufficio di collocamento, con l’intenzione di trovare un lavoro che fosse in linea con i suoi interessi, l’arte e la musica, ma la prima proposta fu tutt’altro che incoraggiante: fare l’accordatore di pianoforti. Lui stesso avrebbe ricordato la situazione con ironia: non sapeva nemmeno suonarlo un pianoforte, figuriamoci accordarlo.

La svolta arrivò circa sei mesi dopo, quando tra gli annunci ne comparve uno per un lavoro part-time nel settore audio visivo. Era l’Impulse Studios di Wallsend, che sarebbe diventato negli anni successivi di fondamentale importanza. Ma ancor più importante, era aver trovato finalmente un impiego che potesse riempire le sue giornate facendo ciò che gli piaceva.

Uno scatto dell'Impulse Studio. Hilman Ecletic Studio

Così, Lant diventò tecnico del suono e tape operator, mentre fuori dal suo lavoro continuava a cercare una band con cui suonare. Aveva già fatto parte degli Album Graecum e, a quattordici anni, era entrato nei DwarfStar, ma il gruppo non gli sembrava abbastanza in linea alla sua attitudine. Poi, frequentando lo studio, conobbe i Guillotine, una formazione locale che cercava un nuovo chitarrista.

Quando vide per la prima volta la band provare, capì che poteva fare al caso suo, perché non si limitava al solo suono più forte, ma anche ad un equipaggiamento più all’avanguardia rispetto agli standard dell’epoca. Insomma, era una band consapevole dei propri mezzi e, per Lant, era proprio la band ideale per iniziare il suo percorso. Così, rispose all’annuncio e entrò nella band come secondo chitarrista, accanto all’altro chitarrista Jeff Dunn, al batterista Tony Bray e al cantante Clive Archer. Una scelta che avrebbe scritto un pezzo di storia della musica moderna.

La nascita dei Venom

La band stava cambiando pelle ed anche nome. I tre erano alla ricerca di un moniker più aggressivo e memorabile di Guillotine, trovandolo alla fine in Venom (in inglese “veleno”) decidendo di cambiare poi anche i nomi con l’idea di creare dei veri e propri personaggi. Così, Clive Archer adottò il nickname di Jesus Christ, Jeff diventò Mantas, Tony Bray scelse Abaddon, nome preso dalla figura dell’angelo dell’abisso, mentre Conrad diventò Cronos, ispirandosi al dio greco Crono.

Una scelta che portò alla nascita dell’identità dei Venom, rispecchiata profondamente proprio in quei nomi. Lo stesso Cronos raccontò di essersi interessato fin da giovane a satanismo e esoterismo, ed è per questo che, assieme ai suoi compagni, fece diventare l’occulto, il Diavolo, la stregoneria e la simbologia satanica parte integrante del profilo della band.

Uno scatto della primissima formazione dei Venom. Da sinistra verso destra in senso orario:
Tony Bray (Abbadon), Clive Archer (Jesus Christ), Conrad Lant (Cronos) e Jeff Dunn (Mantas).
Metal Talk

All’epoca, non era una scelta molto comune: artisti come i Black Sabbath e gli Angel Witch mostravano solo rimandi alla dimensione esoterica, mentre i Venom decisero di spingersi oltre, estremizzando sia il concetto di ribellione del punk, sia l’immaginario occulto, per poi unirli e renderli espliciti. Perché, come affermò in seguito Cronos: “Ozzy Osbourne parlava del diavolo, io invece volevo essere il diavolo”. 

La copertina del primo demo tape "Demon" con la simbologia occultista

E così, arrivarono il logo, il pentacolo, il Sigillo di Bafometto e le croci rovesciate. Cose che non si erano mai viste prima su copertine di dischi musicali, esattamente come il loro contenuto. Sì, perché i primi demo, usciti nel 1980, si intitolarono Demon e In League with Satan, caratterizzati da una musica aggressiva, grezza, esplicita, che arriva dritta in faccia e che accoglie con delle simbologie che non hanno bisogno di spiegazioni. Fu questo il punto di non ritorno.

La prima era dei Venom: da Welcome to Hell alla separazione

Dopo l’abbandono di Archer, i Venom incisero nel 1981 la loro identità sonora sul disco di debutto: Welcome to Hell, che conteneva già tutti gli elementi della nuova identità: velocità, rumore, blasfemia, immaginario demoniaco e una volontà quasi ostinata di portare l’hard rock oltre il limite. Registrato proprio all’Impulse Studios, l’album fissò su vinile quel suono grezzo che sarebbe diventato il marchio dei Venom.

La svolta totale, però, arrivò nel 1982 con Black Metal. Il titolo di una canzone che diventò prima quello di un album, poi di un’estetica, poi di un intero sottogenere che sarebbe nato proprio da questo disco, ancor più esplicito, oscuro, grezzo e perfettamente in tema con ciò che rappresentano. Una pietra miliare che diventerà la guida, in futuro, del black metal.

Nel 1983, fu la volta di At War with Satan, con cui il trio provò ad espandere le proprie idee stilistiche. Il disco si apre con una lunga suite di quasi venti minuti, costruita attorno al concept dello scontro tra Paradiso e Inferno, decisamente più ambizioso rispetto ai due album precedenti, mostrando la volontà di Cronos e compagni di spingersi oltre la formula che li aveva resi riconoscibili.

Due anni dopo arrivò Possessed, quarto album in studio e ultimo capitolo della prima era dei Venom. La band ritornava a una forma più diretta, con brani come Powerdrive, Burn This Place (to the Ground) e la title track a riportare in primo piano quel mix di velocità, aggressività e immaginario satanico che aveva definito il gruppo fin dagli esordi.

I Venom durante un concerto nel 1986. Chasing The Light Art

A quel punto, però, qualcosa stava già cambiando. La formazione originale sarebbe rimasta unita ancora per un po’, ma il periodo più florido era ormai arrivato al suo punto di svolta. Dopo Possessed, infatti, la formazione che aveva costruito quel suono e quell’immaginario iniziò a perdere pezzi: nel 1986 Mantas lasciò la band, aprendo una nuova fase nella quale Cronos e Abaddon provarono a proseguire con due nuovi chitarristi, Mike Hickey e Jimi Clare.

Il risultato fu Calm Before the Storm, pubblicato nel 1987, che mostrava una band diversa, con un suono più pulito e meno legato alla formula degli esordi. Ma dietro le quinte, le tensioni continuavano a crescere e, alla fine, fu lo stesso Cronos ad allontanarsi dai Venom insieme a Hickey e Clare, fondando un progetto self titled con l’intento di portare avanti il proprio percorso musicale lontano dalla sua prima band.

La formazione dei Cronos

Infatti, i Cronos si concentravano più su un heavy metal più diretto e melodico, mantenendo però quella componente hard rock che aveva accompagnato i suoi primi ascolti. Il gruppo pubblicò due album, Dancing in the Dark (1990) e Rock ’n’ Roll Disease (1991) ma il progetto ebbe vita breve e si concluse poco dopo.

Era la fine della prima grande era dei Venom, ma non della loro storia. E soprattutto non di quella di Cronos, che da quel momento avrebbe iniziato a vivere la propria carriera su più fronti, continuando a fare musica ma costruendo anche, lontano dal palco, una vita diversa da quella del personaggio che aveva creato.

L’uomo dietro Cronos

Fuori dai riflettori, Conrad Lant non era per niente assimilabile a Cronos. Infatti, dopo il primo periodo con i Venom, si dedicò al fitness, diventando istruttore, frequentando corsi e palestre e lavorando anche a contatto con i soldati dell’esercito britannico.

Altra grande sua passione fu l’escursionismo, che praticò con notevole costanza e che gli provocò uno degli episodi più bui. Nei primi anni Duemila, durante un’escursione in Galles, si trovò a fare arrampicata e una roccia si staccò sotto i piedi di un altro scalatore, colpendo Lant alla nuca. L’incidente gli provocò gravi problemi a collo, muscoli e tendini e, per un periodo, gli impedì di suonare e di continuare la sua attività musicale.

Convinto inizialmente che la propria carriera musicale potesse essere finita, si avvicinò al computer e alla grafica. Un amico che lavorava nel settore informatico a Newcastle, gli propose di cimentarsi con la grafica dell’azienda e Lant iniziò così ad usare Photoshop, arrivando a lavorare come sviluppatore multimediale. Non era, però, una vera e propria svolta rispetto al passato: lui stesso vedeva la grafica come una prosecuzione dello stesso impulso creativo che lo aveva portato alla musica e all’arte.

E quella creatività, negli anni, aveva preso le forme più diverse. Lontano dal palco, Lant raccontava di avere anche una passione per il birdwatching, per la poesia e per artisti molto lontani dall’universo musicale dei Venom, come Joni Mitchell e Edgar Allan Poe. Anche il suo amore per Kate Bush apparteneva a questa parte meno prevedibile della sua personalità: nel 1980, ancora diciassettenne, riuscì persino a incontrarla durante un firmacopie a Newcastle e a farsi dare un bacio.

Era, in definitiva, una persona molto più sfaccettata del personaggio che aveva portato sul palco. Cronos aveva costruito il proprio mito attorno al Diavolo, alla provocazione e all’estremo; Conrad Lant, lontano dai riflettori, continuava invece a cercare nuovi modi per osservare, imparare e creare.

La seconda era dei Venom: Cronos al centro

Nel frattempo, però, i Venom avevano continuato a esistere anche senza Cronos. Dopo la sua uscita, Abaddon chiamò Tony “Demolition Man” Dolan degli Atomkraft per prendere il suo posto, mentre Mantas tornò nella formazione. Da quella nuova line-up, nacquero Prime Evil (1989), Temples of Ice (1991) e The Waste Lands (1992). Una fase diversa, che però non riuscì a riportare la band ai fasti degli esordi e che si concluse con l’uscita di Dolan e Mantas.

Poi, nel 1995, arrivò il momento che sembrava ormai improbabile: Cronos ricontattò Mantas e Abaddon per capire se fossero disposti a riformare la line-up originale. I tre decisero di provare con un concerto al Waldrock Festival, nei Paesi Bassi. E la risposta arrivò sul palco.

Cronos e Mantas al Waldrock nel 1995. JJ Ohrenbalsam

La reunion, però, non durò a lungo. Dopo Cast in Stone del 1997, Abaddon lasciò nuovamente i Venom, che ormai iniziarono a ruotare non più attorno a più figure, ma solo ad una, quella di Cronos, che costruì una line-up sempre più stabile, con Mantas che rimase assieme al nuovo batterista Antton (fratello di Cronos). Così, vide la luce un nuovo album: Resurrection, pubblicato nel 2000, che segnò un nuovo punto di partenza per i Venom.

Anche questa formazione, però, si sciolse presto, poiché Mantas abbandonò il progetto e Lant si ritrovò nuovamente a reclutare altri musicisti. Nel 2006 arrivò Metal Black, con Antton alla batteria e Mike Hickey alla chitarra: il titolo stesso richiamava apertamente il disco che aveva dato il nome al genere, ma il gruppo cercava ormai di guardare avanti.

La vera stabilità arrivò qualche anno più tardi. Con l’ingresso del chitarrista Stuart “La Rage” Dixon e del batterista Danny “Dante” Needham, Cronos trovò una formazione destinata a rimanere insieme per molti anni. Il primo album con questo trio fu Fallen Angels, nel 2011, a cui seguirono poi  From the Very Depths e Storm the Gates.

La formazione più recente dei Venom, con Stuart Dixon al centro e Danny Needham a destra. Metal Injection

Era ormai una fase diversa da quella degli esordi. Cronos era rimasto l’unico componente della formazione originale, ma non cercava più di ricreare il passato. Anche perché Mantas, Abbaddon e Demolition Man crearono i Venom Inc con conseguenti dispute legali e, ovviamente, una forte rivalità. Come avrebbe spiegato lui stesso, non poteva continuare a suonare Welcome to Hell per il resto della sua vita: con Dixon e Needham voleva continuare a sperimentare e a trovare nuove soluzioni, mantenendo però intatta l’identità dei Venom.

Gli ultimi anni e la morte

Per oltre quarant’anni, Cronos continuò a portare avanti i Venom, attraversando cambi di formazione, separazioni, reunion e nuove generazioni di musicisti. Anche quando il passato sembrava ormai lontano, non smise di guardare avanti sia nell’attività dal vivo che in studio.

Il 1° maggio 2026, i Venom pubblicarono Into Oblivion, sedicesimo album in studio, che rappresentava una sintesi efficace dell’ultima incarnazione della band: il suono rimaneva ruvido, pesante e fortemente legato alle radici, tra speed metal, thrash e quell’attitudine sporca e diretta che aveva sempre caratterizzato Cronos.

Allo stesso tempo, però, il disco mostra una formazione ormai lontana dalla furia primitiva dei primi anni ’80, con una scrittura più compatta e una produzione decisamente più moderna. Non era un tentativo di tornare a Black Metal, ma il modo in cui i Venom continuavano a interpretare, a distanza di oltre quarant’anni, la propria identità.

Questa era, in fondo, l’ennesima tappa di una storia che sembrava destinata a continuare. Cronos aveva ancora un’altra parte di carriera davanti a sé, che si era ristabilita dopo aver trovato una formazione solida, idee ben definite e altri capitoli da aprire. Poi, improvvisamente, quella storia si è fermata.

Cronos durante uno dei suoi ultimi live. People.com

Conrad Lant è morto il 29 settembre 2026, a 63 anni. La notizia è stata resa pubblica il 1° ottobre, ma la causa della morte non è stata comunicata. Con lui è scomparsa l’ultima figura rimasta al centro della storia dei Venom per quasi tutta la loro esistenza.

Ma la storia di Cronos non finisce con la sua morte. Fin dagli inizi, i Venom avevano preso elementi già presenti nell’heavy metal e nel punk e li avevano spinti verso una forma più estrema, trasformando il rumore, la velocità, la provocazione e l’immaginario satanico in una nuova identità, diventato un riferimento fondamentale per band quali Metallica, Megadeth, Slayer, Celtic Frost e tutta la prima ondata di musicisti che di questo genere hanno fatto la storia.

Ed è proprio qui che si trova la vera eredità di Conrad Lant. Non soltanto nei dischi, né soltanto nel personaggio di Cronos, ma nell’aver dimostrato che la musica poteva diventare qualcosa di più: un suono, un’immagine, un’attitudine e un’identità capaci di sopravvivere a chi le aveva create.

Il ragazzo di Newcastle upon Tyne che aveva iniziato cercando semplicemente una band con cui suonare era diventato Cronos, aveva dato un volto ai Venom e, insieme a loro, aveva contribuito a cambiare per sempre il modo in cui il metal poteva essere suonato, raccontato e immaginato. La musica è rimasta. E con lei, anche il suo nome.

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