Extreme is the way

Southern Obscurity: la scena metal dell’Africa meridionale (prima parte)

Introduzione

Ci sono delle zone del mondo che, pur approfondendole, non le si conoscerebbe mai fino in fondo. Quelle zone che, magari, mostrano solo la punta dell’iceberg, ma sono diverse da come le si immagina, ed anche quelle segnate da una serie di avvenimenti storici che, tutt’ora, ne influenzano la loro condizione politica, economica e sociale.

Nessuna, più dell’Africa, rispecchia tutte queste caratteristiche: un continente enorme, di 54 nazioni (alcune anche recenti, come il Sudan del Sud) ognuna con storie e culture differenti che si perdono nella notte dei tempi. Aspetti indubbiamente affascinanti, che però, in epoca recente, sono passati in secondo piano rispetto a ciò che, purtroppo, siamo abituati a vedere.

Pur essendo l’economia leggermente migliorata, la povertà è un problema che non cessa di esistere: assieme ai cambiamenti climatici, all’instabilità politica di molti suoi Stati e allo sfruttamento passato (e presente) degli europei di territori e risorse, la “questione africana” costituisce una delle principali cause delle migrazioni di massa verso gli altri continenti in cerca di una migliore qualità di vita.

Le condizioni di estrema povertà in cui sono costretti a vivere donne e bambini in Burkina Faso. SettimanaNews

Per chi rimane, le prospettive non sono delle più rosee, sia per le varie tensioni interne, sia per quelle tra nazioni o altre entità politiche, che peggiorano il quadro generale del continente in una condizione che sembra non avere un punto di incontro. Ma un “linguaggio comune” che unisce i vari popoli c’è, ed è la musica.

L’Africa ha una tradizione musicale molto eterogenea che rispecchia la sua varietà etnica, culturale e linguistica, ma è anche il luogo in cui i principali generi contemporanei conservano parte delle loro origini. Il jazz, nato in Louisiana, ha le radici in quei ritmi africani sbarcati in America grazie alla tratta degli schiavi, esattamente come il blues, per poi formare il rock’n’roll dopo varie evoluzioni stilistiche. E sembra che, oggi, l’Africa stia rivendicando tutto ciò.

Negli ultimi anni, molti di questi generi sono diventati alla portata di gran parte della popolazione africana e, tra questi, non manca neanche quello che sembrerebbe non esserci: il metal. Sarebbe difficile pensare che un genere osteggiato dalle istituzioni (nei paesi del nord) e lontano dalle culture locali (per lo più nell’area subsahariana) sia apprezzato in questi territori ma, un passo alla volta, il metal è riuscito ad espandersi in tante aree dell’Africa, soprattutto in quella meridionale.

In questa zona, i presupposti per la nascita di una scena forte e radicata ci sono tutti: le varie vicende storiche, gli aspetti politico-culturali, ma soprattutto la voglia di gridare al resto del mondo ciò che è successo durante la storia recente tra episodi di razzismo, guerre ed estremismo religioso, denunciandoli il più possibile con il genere che, più di ogni altro, riesce in questo intento.

Angola: quando il metal diventa rivalsa

Uno dei Paesi dell’Africa meridionale che vanta una buona scena metal è l’Angola. Non si è formata presto, nonostante generi correlati come l’hard rock fossero già presenti dagli anni ’70, ma i motivi di ciò sono chiari.

Il Paese ha alle spalle una storia molto travagliata. Sin dall’arrivo dei portoghesi nel ’500, fu centro di gravi tensioni politiche e sociali: da epicentro di una fitta rete di schiavi diventò, nel corso del tempo, una vera e propria colonia del Portogallo. In epoca moderna, post Seconda Guerra Mondiale, i dittatori António Salazar e Marcello Caetano non accettarono le rivolte indipendentiste sempre più frequenti, cercando di bloccarle costantemente.

Antonio Salazar nel 1940. Finestre sull'Arte

In risposta, nacquero tre fazioni politiche locali: il Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola (MPLA), il Fronte Nazionale di Liberazione Angolano (FLNA) e l’Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola (UNITA), guidata da Jonas Malheiro Savimbi, che riuscirono a combattere i portoghesi fino a raggiungere l’indipendenza, proclamata l’11 novembre 1975.

Le tensioni, però, non finirono qui: la guida della nazione era in ballo fra questi tre movimenti (di influenze politiche diverse) che, per accaparrarselo, ricorsero alle armi. Scoppiò quindi una lunga guerra civile che, con l’UNITA in netto controllo del Paese, provocò migliaia di vittime. Solo nel 2002, dopo la morte di Savimbi e la firma del trattato di pace tra le Forze Armate Angolane (FAA), il clima si distese, ma le conseguenze di tutti questi anni, purtroppo, si fanno ancora sentire.

Nella regione del Cabinda, distaccata dal resto del Paese, sono ancora presenti movimenti guerriglieri che lottano per l’indipendenza, mentre nell’entroterra la povertà continua a dilagare. Le maggiori città, come la capitale Luanda, versano in uno stato disastroso nelle periferie e, tra queste, c’è il caso simbolico di Huambo.

Un quartiere di Huambo. Wikipedia

La città, seconda del Paese per dimensioni, ha subito grossi danni per i conflitti civili, che hanno portato distruzioni di edifici, danneggiamento di infrastrutture e, soprattutto, centinaia di morti. Molti bambini, abbandonati al loro destino, non avevano più una casa, né una famiglia, venendo accolti in vari orfanotrofi e centri educativi che si diffusero sempre di più.

Ciò ha attirato l’attenzione di molti registi, in particolare il newyorkese Jeremy Xido, che prese la sua telecamera e andò a girare un film documentario a Huambo per raccontare questi ambienti, ma da una prospettiva diversa. Ciò lo si capisce dal suo titolo Death Metal Angola, insolito, ma dal significato chiarissimo: scoprire la scena estrema del Paese. E ciò che colpisce di più è che, in tutto questo, c’entra proprio un orfanotrofio.

Il poster del film Death Metal Angola

Il film ruota attorno alle vicende di Sónia Ferreira e Wilker Flores, responsabili dell’orfanotrofio Okutiuka, che ospita più di 50 bambini e ragazzi. In condizioni simili, in cui tutti soffrono per i postumi dei conflitti, è stato proprio Flores, da grande appassionato di metal, a far risvegliare l’animo dei giovani, promuovendo eventi che mai prima di allora si erano visti in tutta l’Angola.

Una musica dura e aggressiva, con testi crudi, diretti e di denuncia verso i traumi della guerra, erano ciò di cui necessitavano. Flores lo capì subito e, per questo, decise di organizzare nel 2011 il primo festival metal nel cuore del Paese, fondando a tutti gli effetti la scena metal angolana.

Nella prima edizione dell’ORLEI Festival, infatti, si esibirono le band che, pur essendo recenti, sono le fondatrici del movimento. Partendo dai Neblina, attivi già da prima del 2011, sono emersi i Dor Fantasma, dal thrash duro e impattante, i Before Crush (metalcore), i Singra (thrash metal) e gli Horde of Silence (black metal), ma anche band più soft come i Kishi (stoner metal).

Attualmente, l’Angola vanta questa scena non molto numerosa, ma sicuramente forte, solida e unita. Col passare del tempo, la musica estrema si è rivelata lo strumento adatto per attraversare le coscienze di una generazione reduce dalle guerre e riscattarsi dalla realtà che li circonda, diventando, per questi ragazzi, una vera ragione di vita.

Il film ha ricevuto recensioni positive da testate importanti, quali l’Huffington Post e l’Hollywood Reporter, per aver raccontato una realtà diversa, particolare e indubbiamente unica.

Botswana, la nuova terra promessa

Se c’è una nazione dell’Africa meridionale che è riuscita ad emergere in ambito metal, questa è indubbiamente il Botswana. E i motivi non sono da ricercare in ambito storico-politico, dato che ha attraversato un percorso diverso dai Paesi confinanti.

Il Botswana è stato un protettorato britannico per 80 anni, durante i quali non si registrarono particolari tensioni. Certo, i coloni non erano arrivati lì con le migliori intenzioni, ma i rapporti con le popolazioni locali non erano incrinati, tant’è che l’allora Bechuanaland, nel 1966, riuscì ad ottenere senza troppi problemi l’indipendenza dal Regno Unito, per poi diventare, da uno dei Paesi più poveri dell’Africa, uno dei più stabili dal punto di vista sociale ed economico.

Proprio in quegli anni, nella neonata nazione, iniziarono a diffondersi nuovi generi musicali importati dall’Europa, in particolare l’hard rock. E la sua genesi è puramente italiana.

I Nosey Road. Youtube

Una delle prime band hard rock del Botswana furono i Nosey Road, fondati da Ivo e Renato Sbrana. I due erano figli di Giuseppe Sbrana, uno psicologo italiano che aveva fondato il principale ospedale psichiatrico del Paese nella capitale Gaborone. Il loro stile, puramente old school, è stato la base per sviluppare una scena estrema diventata ormai solida. E tutto ciò, è successo sempre in famiglia.

La passione per la musica dura, infatti, non si è fermata ai fratelli Ivo e Renato, ma è stata coltivata e portata avanti dai rispettivi figli Giuseppe e Alessandra Sbrana, che hanno fondato, assieme al bassista Kebonye Nkoloso, una delle prime band metal della nazione: gli Skinflint.

Gli Skinflint. Al centro il frontman Giuseppe Sbrana

Attivo dal 2006, il gruppo si è fatto conoscere per aver unito al sound classico dell’heavy metal una massiccia dose di folk nel sound, ma soprattutto nei testi: album come Iklwa (2010), Dipoko (2012) e Nyemba (2014) ne sono un grande esempio, poiché al loro interno si possono ascoltare brani immersi totalmente nelle mitologie africane.

Con una discografia che conta 7 full-length, gli Skinflint si sono fatti notare specialmente in Nord America e in Europa, in cui hanno fatto numerosi tour sia da headliner sia da spalla ad altre band importanti come i Soulfly e i Rotten Sound. È stato soprattutto grazie a loro che il metal made in Botswana è riuscito ad emergere anche all’estero, ma non sono stati gli ultimi, né i primi a farsi notare.

I Metal Orizon

Ancor prima degli Skinflint, infatti, furono i Metal Orizon a diffondere il verbo dell’heavy metal in giro per il Botswana. La band di Bophelo Santos Thabakgolo è attiva dal 1990 e ha rilasciato 4 full-length in piena tradizione classica. Proprio come il loro vestiario fatto di t-shirt nere, borchie, chiodi e catene, e la loro attitudine che ha ispirato vari gruppi musicali nati dopo, tutti orientati verso un sound più estremo.

Tra questi, ci sono gli Overthrust, fronteggiati dal cantante Tshomarelo “Vulture” Mosaka. Nata a Ghanzi nel 2008, la band da oltre 10 anni organizza un festival denominato Overthrust Winter Metal Mania Fest, che attira ogni anno la più folta comunità metallara del Botswana: i MaRock.

Due metallari MaRock. The Next Cartel

Questi giovani appassionati, in giro già dagli anni ’90, si sono riusciti a distinguere grazie al loro appeal da cowboy mescolato al classico vestiario metal e altri accessori inusuali come fruste, corde, teschi e ossa di animali. Un dress code unico che non rispecchia solo un genere, ma una comunità che si riconosce a vista d’occhio.

Tuttavia, i MaRock hanno dovuto affrontare i pregiudizi da parte dei fanatici religiosi che li consideravano eretici. Ma questo non fermò il loro spirito che, anzi, si accese ancora di più con il debutto del Vulture Thrust Metal Fest, organizzato nel villaggio di Rakops, che raccoglie fondi destinati agli orfanotrofi, alle scuole locali e ai bambini con disabilità.

La locandina del terzo anniversario del Vulture Thrust Metal Fest

Inevitabile che, con un movimento in continua ascesa, siano nati gruppi emergenti che stanno arricchendo la scena sempre di più. Partendo dai Wrust, death metallers in attività dal 2000, e dai Crackdust (oggi sciolti) si possono notare i nomi di Nodd, Remuda, Stealth, Stane e Vitrified.

Così il Botswana è diventato un Paese dalla forte identità metallara, ideando una subcultura, diffondendola tra i suoi adepti e impegnandosi anche nel sociale, oltre che nel mero campo musicale, con una scena non quantitativamente enorme, ma sempre più in espansione.

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